Amanda Lear avrebbe ancora due domande da fare a Salvador Dalí.
Perché non mi hai capita?
Perché mi hai usata?
La seconda fa rumore.
La prima, per me, fa più male.
Perché non stiamo parlando di uno qualunque. Stiamo parlando di Dalí: uno che aveva capito molto presto che un’immagine, se la costruisci bene, può diventare più forte della persona che la porta.
Lui stesso era un’opera, un marchio, una provocazione ambulante. Molto prima che arrivassero i social aveva già capito parecchie cose che oggi chiamiamo personal branding, solo con più baffi.
Ed è proprio qui che la storia si fa interessante.
Puoi stare accanto a qualcuno capace di costruire immagini potentissime e continuare a chiederti se abbia mai visto davvero te.
Non guardata.
Vista.
Amanda è stata raccontata per anni come musa, mistero, provocazione, creatura dell’universo Dalí.
Ma musa è una parola sospetta.
Dice benissimo cosa rappresenti per qualcun altro.
Dice molto meno di chi sei quando esci dalla sua cornice.
Il problema non è soltanto essere trasformati in un personaggio. È quando gli altri si affezionano a quel personaggio più di quanto si affezionino a te.
Prima la fotografia
Amanda aveva conosciuto il problema molto prima che arrivassero Instagram, TikTok, gli screenshot e la meravigliosa possibilità di essere giudicati da perfetti sconosciuti mentre aspettiamo il caffè.
Nel 1973 appare sulla copertina di For Your Pleasure dei Roxy Music.
Abito nero. Tacchi. Pantera al guinzaglio.
Una fotografia pensata per non lasciarti scampo.
David Bowie vede quella copertina e vuole conoscere la donna che c’è dentro.
Amanda racconterà anni dopo che Bowie si era innamorato della fotografia.
E capisco benissimo perché quella frase resti addosso.
Prima la fotografia. Poi, forse, la persona.
Succede ancora.
Solo che adesso lo facciamo in continuazione.
Con una foto decidiamo che qualcuno è arrogante, sexy, disperato, felice, rifatto, insicuro, interessante, volgare, elegante.
Poi magari quella persona parla.
E ci rovina il personaggio che avevamo già scritto per lei.
Che fastidio.
Il pubblico ama la coerenza
È qui che penso a Elodie.
Non perché mi interessi stabilire quale sia la “vera” Elodie.
Anzi. Quella domanda mi sembra già parte del problema.
Negli anni cambiano i vestiti, l’immagine, il modo di stare sul palco, il corpo mostrato, la sensualità, le dichiarazioni, le relazioni.
Come succede alle persone.
Solo che a noi succede in cucina, in bagno, in una fotografia che cancelliamo perché non ci piace.
A chi è famoso succede davanti a milioni di persone che archiviano tutto.
E soprattutto pretendono continuità.
Se ieri eri così, oggi devi spiegare perché sei cosà.
Se hai amato un uomo e oggi ami una donna, qualcuno vuole sapere quale delle due versioni fosse vera.
Come se la vita funzionasse per rettifiche notarili.
Come se ogni cambiamento dovesse cancellare ciò che c’era prima.
Non tutto ciò che cambia smentisce ciò che c’era prima.
Possiamo essere stati sinceri ieri ed essere diversi oggi.
Possiamo scoprire qualcosa a quarant’anni che a venticinque non sapevamo ancora.
Possiamo persino non avere una spiegazione perfetta.
Questa possibilità sembra stranamente difficile da concedere agli altri.
Troppo
Con Elodie torna spesso una parola.
Troppo.
Troppo sensuale. Troppo esposta. Troppo corpo. Troppo provocatoria. Troppo diversa.
“Troppo” sembra una misura oggettiva.
In realtà spesso significa soltanto:
sei andata oltre il limite che io avevo deciso per te.
E questo limite raramente viene dichiarato.
Finché resti dentro il personaggio che conosciamo, tutto bene.
Quando esci, improvvisamente diventi incoerente.
O costruita.
O falsa.
È curioso: chiediamo autenticità alle persone, poi appena cambiano diciamo che non sono più loro.
Insomma, bisogna essere autentici. Ma possibilmente sempre nello stesso modo.
La prima versione che funziona
Arisa è un caso quasi perfetto.
Quando arriva con Sincerità, l’immagine è fortissima.
Frangetta, grandi occhiali, una presenza immediatamente riconoscibile.
Funziona.
E quando qualcosa funziona bene, il pubblico comincia rapidamente a pensare che gli appartenga.
Quella diventa Arisa.
Solo che dietro Arisa c’è Rosalba.
E Rosalba, comprensibilmente, continua a vivere.
Cambia il corpo. Cambia il modo di vestirsi. Cambia il modo di mostrarsi.
Arriva una sensualità che non rientra nel personaggio iniziale.
E allora partono le domande.
Dov’è finita quella di prima?
Perché si mostra così?
Perché è cambiata?
Forse perché sono passati degli anni.
Ipotesi rivoluzionaria.
La cosa che trovo interessante non è raccontare Arisa come esempio edificante di trasformazione.
È più semplice.
Ha avuto il coraggio, più volte, di non somigliare alla prima versione di sé che aveva funzionato.
La prima versione che ci rende riconoscibili non dovrebbe diventare una condanna a vita.
Il corpo che cambia senza chiedere permesso
Con Emma Marrone il discorso cambia ancora.
Perché qui il corpo non è soltanto immagine.
È anche un corpo che ha attraversato malattia, interventi, cure, paura.
Eppure continua a essere commentato come se fosse lì principalmente per superare un esame estetico.
Le gambe. Il peso. Le forme. Le fotografie.
Vediamo il risultato.
Non vediamo necessariamente la storia.
Vediamo una fotografia e crediamo di avere abbastanza informazioni.
Non le abbiamo.
E soprattutto non è detto che ci spettino.
Un corpo non dovrebbe essere costretto a mostrare le proprie cicatrici per meritarsi il diritto di non essere giudicato.
Questa per me è la parte importante.
Non dobbiamo conoscere il dolore di qualcuno per concedergli rispetto.
Non dovrebbe servire una cartella clinica per convincerci a non commentare un corpo come se fosse un prodotto difettoso.
La gabbia più elegante
Il personaggio pubblico ha una funzione.
Serve a essere riconoscibili.
Serve agli artisti, ai politici, agli scrittori, perfino a noi quando scegliamo cosa mettere online e cosa lasciare fuori.
Non c’è nulla di necessariamente falso.
Il problema arriva quando quella selezione diventa un obbligo.
Quando la versione di noi che funziona meglio comincia a dettare legge.
Quella foto piace? Ancora quella foto.
Quel modo di parlare funziona? Ancora quello.
Quel corpo riceve attenzione? Mantienilo.
Quell’opinione porta consenso? Non cambiarla.
E piano piano non stai più costruendo un personaggio.
Lo stai mantenendo.
Che è un lavoro molto diverso.
E spesso molto più faticoso.
Il personaggio deve essere coerente. La persona no.
Non riguarda soltanto i famosi
È facile leggere tutto questo pensando ad Amanda, Elodie, Arisa, Emma.
Ma poi basta aprire il nostro telefono.
Anche noi costruiamo piccole versioni pubbliche di noi stessi.
Quello divertente.
Quello indipendente.
Quello che non soffre.
Quello sempre brillante.
Quello che ha superato tutto.
E quando gli altri imparano quella versione, cambiarla può diventare stranamente imbarazzante.
Se sei sempre stato quello forte, chiedere aiuto sembra quasi un tradimento del brand.
Se sei sempre stato quello leggero, diventare serio mette a disagio.
Se hai sempre detto che non volevi una relazione e poi la vuoi, qualcuno potrebbe ricordarti ciò che dicevi.
Grazie. Lo ricordiamo anche noi.
Il punto è proprio questo.
Possiamo averlo pensato davvero.
E non pensarlo più.
Il diritto di sorprendere anche noi stessi
Non siamo obbligati a restare uguali per rassicurare chi ci guarda.
Non siamo obbligati a rendere la nostra biografia perfettamente coerente.
Una vita troppo coerente, a pensarci bene, sarebbe anche un po’ sospetta.
Possiamo cambiare idea.
Possiamo cambiare corpo.
Possiamo cambiare il modo in cui amiamo, lavoriamo, desideriamo, ci mostriamo.
Possiamo perfino tornare indietro.
Non tutto deve essere crescita.
Non tutto deve avere una morale.
A volte cambiamo perché abbiamo capito qualcosa.
Altre perché siamo stanchi.
Altre ancora perché sì.
E forse è sufficiente.
Non dobbiamo essere fedeli per sempre al personaggio che gli altri hanno imparato a riconoscere.
Forse è questo il vero punto.
Non diventare qualcun altro.
Concederci di non dover restare per sempre quello che eravamo quando gli altri hanno cominciato a guardarci.
Non siamo obbligati a restare uguali. Ma qualcuno continuerà a preferire la nostra versione precedente.
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