In Inghilterra impari presto che a certe domande non devi rispondere davvero.

“You alright, mate?”

La risposta corretta è più o meno:

“Yeah, you?”

Fine.

È un saluto. Non un invito a raccontare la tua vita.

Una volta feci l’errore di rispondere sul serio.

“Not great, to be honest.”

Non avevo chiesto soldi. Non avevo chiesto un rene. Avevo solo risposto.

Eppure si sentì subito che avevo rotto qualcosa.

Da allora ho pensato spesso che How are you? funzioni benissimo finché nessuno pretende che significhi davvero “come stai?”.

Con certe amicizie succede lo stesso.

Finché va tutto bene

Ci chiamiamo mate, darling, love.

Dopo due drink può comparire persino family, che è notevole se ancora non sappiamo il cognome dell’altro.

Poi arriva un giorno normale.

Un martedì, per esempio.

E hai qualcosa che non va.

Hai bisogno di parlare.

Oppure dici semplicemente: questa cosa mi ha ferito.

Ed è lì che capisci quanto regge davvero quella parola: amicizia.

Martedì è un ottimo test per le amicizie del sabato sera.

No drama, please

La frase arriva spesso con un tono quasi elegante.

“No drama, please.”

È comoda.

Perché può trasformare una cosa molto semplice — “questa cosa mi ha fatto male” — in un problema tuo.

Prima succede qualcosa.

Poi, se ne parli, sei drammatico.

Perfetto.

Naturalmente esistono persone che trasformano un messaggio letto e non risposto in una serie Netflix di otto puntate.

Ma non tutto è dramma.

A volte è solo una conseguenza.

Se una mia scelta ferisce qualcuno, il fatto che io non voglia parlarne non cancella quello che è successo.

Amicizia e desiderio

Tra uomini gay, amicizia e desiderio possono mescolarsi facilmente.

Può piacerti un amico.

Puoi piacere a lui.

Può piacergli il tuo partner. Può piacerti il suo.

Già al caffè abbiamo materiale per un vertice internazionale.

Negli anni mi sono costruito una teoria completamente priva di valore scientifico.

Due attivi e un passivo?

Cooperazione.

Due passivi e un attivo?

Guerra Fredda.

Sto scherzando.

Abbastanza.

Il punto è che quando entrano desiderio, insicurezza e bisogno di approvazione, le persone possono cambiare posto molto in fretta.

Un amico diventa concorrenza.

Una persona diventa una possibilità.

E qualcuno, inevitabilmente, resta fuori.

Il diritto di non essere sempre facili

Per anni ho pensato che per essere voluto bene dovessi essere semplice da avere intorno.

Allegro.

Disponibile.

Comprensivo.

Quello che non crea problemi.

Quello che, se viene messo da parte, capisce anche il motivo e magari ringrazia.

Con il tempo mi sono stancato.

Non voglio rapporti nei quali posso portare soltanto la versione più comoda di me.

Voglio poter dire:

questa cosa mi ha fatto male.

E magari l’altro non sarà d’accordo.

Va bene.

Ma non voglio sentirmi dire che il problema è averlo detto.

Dire che qualcosa ci ha ferito non significa avere sempre ragione. Significa solo avere il diritto di parlarne.

Chi rimane

Oggi uso la parola amicizia con un po’ più di attenzione.

Un amico non è quello che esce con te ogni sabato.

Non è quello che sa più dettagli.

Non è nemmeno quello che alle quattro del mattino ti dice che sei family.

È quello davanti al quale non devi essere sempre brillante.

Puoi essere stanco.

Noioso.

Fragile.

Puoi perfino dare la risposta sbagliata.

“You alright, mate?”

“Not great, to be honest.”

E questa volta non succede niente di spettacolare.

Nessuno scappa.

Nessuno dice no drama.

Rimane.

Non tutto finisce dove sembra finire.

Continua con: Non siamo obbligati a restare uguali

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