I marciapiedi riflettono le finestre, i lampioni e le persone che camminano in fretta fingendo di avere una destinazione precisa. Sono quasi le undici. Dall’altra parte della strada, un uomo aspetta davanti a una porta blu.
Controlla il telefono. Lo rimette in tasca. Dopo pochi secondi lo controlla di nuovo.
Forse qualcuno gli ha scritto che sta arrivando.
Forse nessuno gli ha scritto niente.
A una certa età impari che le due cose possono avere esattamente la stessa espressione.
Io lo osservo dalla finestra con una tazza ormai fredda tra le mani. Non è curiosità. O almeno, non soltanto. Mi interessano le persone quando credono che nessuno le stia guardando. È in quel momento che smettono di recitare.
Il mio telefono si illumina sul tavolo.
Are you still awake?
Il messaggio arriva da un uomo che non sento da quasi tre mesi. Uno di quelli che scompaiono senza litigare, senza salutare e soprattutto senza morire. Quest’ultima è la parte più irritante: non puoi nemmeno idealizzarli.
Rileggo la domanda.
Non chiede come sto. Non dice che gli sono mancato. Vuole sapere soltanto se sono ancora sveglio.
Lo sono.
Ma non rispondo.
Essere disponibili e farsi trovare disponibili non sono la stessa cosa. È una distinzione che ho imparato tardi, insieme all’importanza di una buona crema per il viso e alla completa inutilità di discutere con un uomo che risponde soltanto con emoji.
Torno a guardare fuori.
L’uomo davanti alla porta blu si è acceso una sigaretta. La protegge dalla pioggia con una mano. Ha superato i cinquanta, forse da poco. Porta un cappotto troppo leggero per la stagione e conserva ancora quella postura particolare di chi spera di essere desiderato senza voler sembrare in attesa.
Conosco quella postura.
L’abbiamo avuta tutti.
La abbiamo quando controlliamo se qualcuno ha visualizzato un messaggio. Quando diciamo che una relazione “non era niente di serio”, anche se per settimane abbiamo immaginato dove mettere il suo spazzolino. Quando ci convinciamo che la solitudine sia una scelta, perché l’alternativa sarebbe ammettere che alcune sere non lo è affatto.
Il telefono si illumina ancora.
I was thinking about you.
Ecco.
La frase che riapre tutte le porte che avevamo chiuso con grande dignità e pessima falegnameria.
Potrei rispondere.
Potrei fingermi distaccato. Potrei scrivere qualcosa di breve, elegante e vagamente crudele. Ho abbastanza esperienza per sapere quali parole usare e abbastanza vanità per desiderare che facciano effetto.
Invece appoggio il telefono con lo schermo rivolto verso il tavolo.
Non perché io sia diventato improvvisamente saggio.
Sono ancora romantico, contro ogni prova disponibile.
Ma questa sera preferisco osservare l’uomo dall’altra parte della strada.
La porta blu finalmente si apre. Compare un altro uomo. Non si abbracciano subito. Rimangono immobili per un istante, separati da pochi centimetri e da tutto quello che non si sono ancora detti.
Poi uno dei due sorride.
È un sorriso piccolo, quasi prudente.
L’altro abbassa lo sguardo.
La porta si chiude dietro di loro.
Resto davanti alla finestra ancora qualche minuto. La strada è di nuovo vuota, ma una luce si accende al piano superiore della casa.
Forse si ameranno.
Forse passeranno soltanto la notte insieme.
Forse domani uno dei due dirà di non essere pronto per qualcosa di serio, come se l’amore fosse un appartamento ancora in costruzione.
Non posso saperlo.
Ed è proprio questo che mi interessa.
Quello che accade tra il desiderio e la paura. Tra un messaggio scritto e uno cancellato. Tra il corpo che invecchia e il bisogno, ostinato e quasi comico, di essere ancora scelti.
Scrivo delle persone che aspettano davanti alle porte.
Di quelle che restano dietro una finestra.
Degli uomini che spariscono e poi domandano se siamo ancora svegli.
Scrivo della solitudine, ma non come una malattia. Del desiderio, ma senza fingere che sia sempre romantico. Dell’età, del sesso, delle occasioni perdute e di quelle che forse era meglio perdere.
Scrivo di ciò che mostriamo.
E soprattutto di quello che cerchiamo di nascondere.
Il telefono non si illumina più.
Per un istante provo qualcosa che potrebbe essere tristezza.
O sollievo.
A una certa età impari che anche queste due cose possono avere esattamente la stessa espressione.
Fuori ricomincia a piovere.
Al piano superiore della casa con la porta blu, la luce rimane accesa.