Dopo una certa età, il corpo diventa un collega passivo-aggressivo.

Continua a presentarsi al lavoro ogni mattina, ma introduce piccoli cambiamenti senza consultarci. Una piega nuova. Un dolore misterioso. Una zona che fino al giorno prima collaborava perfettamente e che improvvisamente ha deciso di lavorare part-time.

La gravità, nel frattempo, affronta il proprio incarico con un entusiasmo francamente eccessivo.

All’inizio proviamo a ignorare tutto.

Cambiamo luce.

Cambiamo specchio.

Cambiamo angolazione.

Scopriamo che alcune fotografie funzionano meglio se scattate leggermente dall’alto, possibilmente durante un’eclissi e con il telefono tenuto da una persona che ci vuole molto bene.

Non è necessariamente vanità.

È disorientamento.

Per anni abbiamo abitato un corpo che pensavamo di conoscere. Poi, quasi senza avvisare, quello stesso corpo comincia a parlare una lingua nuova.

Nel mondo gay, la questione diventa ancora più complicata.

Il corpo non è soltanto un corpo.

È una presentazione.

Un biglietto da visita.

A volte, purtroppo, un curriculum.

Altezza, peso, età, palestra, fotografie, misure e preferenze vengono esposte come qualifiche professionali. Prima ancora di sapere se una persona sia gentile, divertente o capace di sostenere una conversazione senza inviare fotografie anatomiche non richieste, sappiamo quante volte si allena.

A vent’anni, il corpo viene trattato come una promessa.

A cinquanta, come una trattativa alle Nazioni Unite.

Bisogna spiegare.

Compensare.

Dimostrare di essersi mantenuti bene, espressione che normalmente si usa per gli edifici storici e i mobili d’antiquariato.

“Porti bene la tua età”, ti dicono.

È considerato un complimento.

E spesso lo è.

Ma contiene anche una curiosa premessa: la tua età, in teoria, dovrebbe essere qualcosa da portare male.

Come una giacca sbagliata.

Una colpa sartoriale.

Il problema non è desiderare un corpo bello.

La bellezza esiste. L’attrazione esiste. Le preferenze esistono e non possono essere stabilite per decreto.

Il problema comincia quando il corpo diventa l’unica prova ammessa per dimostrare il nostro valore.

Quando smettiamo di chiederci come stiamo e cominciamo a domandarci soltanto come appariamo.

Quando ogni fotografia diventa un esame.

Quando un silenzio su un’app sembra una valutazione clinica e un rifiuto viene trasformato nella conferma che qualcosa in noi sia scaduto.

Il corpo adulto porta segni.

Non potrebbe essere altrimenti.

Ha attraversato notti troppo lunghe, lavori sbagliati, traslochi, amori, perdite, entusiasmi improvvisi e periodi in cui la cena è stata considerata una forma di terapia.

Ha resistito a mode alimentari, abbonamenti in palestra utilizzati con grande intensità per undici giorni e promesse pronunciate ogni gennaio davanti allo specchio.

Il corpo adulto non è incompleto.

È documentato.

Eppure continuiamo spesso a guardarlo come se dovesse ancora superare un esame.

Ci concentriamo sulla distanza tra ciò che siamo e ciò che pensiamo dovremmo essere.

Più magri.

Più tonici.

Più giovani.

Più simili alla fotografia scelta da qualcuno per vendere biancheria intima che, nella vita reale, probabilmente richiede assistenza tecnica per essere indossata.

Il confronto è una macchina molto efficiente.

Trova sempre qualcuno più giovane, più alto, più definito o meglio illuminato.

Non importa quanto tu possa migliorare: la macchina troverà un nuovo candidato davanti al quale farti sentire insufficiente.

È progettata per non lasciarti vincere.

Per molto tempo ho pensato che la soluzione fosse correggere il corpo.

Poi ho capito che, almeno in parte, bisognava correggere lo sguardo.

Non significa arrendersi.

Prendersi cura di sé è importante. Muoversi, mangiare bene, dormire e ascoltare il proprio corpo sono forme di rispetto.

Ma esiste una differenza enorme tra prendersi cura di un corpo e punirlo perché non assomiglia più a quello di vent’anni fa.

Un corpo non dovrebbe essere costretto a chiedere scusa per averci accompagnato fin qui.

La liberazione comincia quando smettiamo di pensare che dobbiamo meritarcelo.

Non dobbiamo meritare il diritto di abitare il nostro corpo.

Non dobbiamo guadagnarci il permesso di essere desiderati.

Non dobbiamo presentarci davanti agli altri con una lista di difetti già pronta, come un agente immobiliare particolarmente pessimista.

Possiamo entrare in una stanza senza precedere noi stessi con una dichiarazione di scuse.

Naturalmente, non piaceremo a tutti.

Non piacevamo a tutti nemmeno quando eravamo giovani, anche se la memoria ha la tendenza a rimasterizzare il passato con una fotografia migliore.

Alcuni uomini continueranno a cercare esclusivamente corpi giovani.

È un loro diritto.

Come è un nostro diritto non trasformare la loro preferenza in un verdetto universale.

Il fatto che qualcuno non desideri il mio corpo non rende il mio corpo indesiderabile.

Significa soltanto che il suo desiderio sta andando in un’altra direzione.

Non ogni treno che non prendiamo rappresenta una deportazione.

Con l’età possiamo imparare qualcosa che da giovani sembrava quasi impossibile: anche noi stiamo scegliendo.

Non siamo soltanto in attesa di essere approvati.

Possiamo domandarci se lo sguardo che riceviamo ci piace.

Se la persona davanti a noi vede un essere umano o sta semplicemente controllando una lista.

Se il desiderio che ci offre contiene curiosità, rispetto e presenza oppure soltanto fretta.

Essere guardati non è sempre la stessa cosa che essere visti.

Un corpo giovane può attirare attenzione.

Un corpo vissuto può raccontare una storia.

Non è una consolazione inventata per rendere più elegante l’invecchiamento. È una forma diversa di attrazione.

Ci sono corpi che diventano interessanti proprio perché non sembrano usciti da una confezione.

Hanno espressione.

Carattere.

Memoria.

Non promettono perfezione. Promettono realtà.

Forse il vero cambiamento arriva quando smettiamo di trattare lo specchio come un tribunale.

Lo specchio non emette sentenze.

Riflette luce.

Tutto il resto lo aggiungiamo noi.

Possiamo continuare a usarlo per cercare ciò che è cambiato, oppure cominciare a riconoscere ciò che è rimasto.

La presenza.

La sensualità.

L’ironia.

La capacità di avvicinarsi a qualcuno senza fingere di essere un’altra persona.

Il corpo adulto non è sexy nonostante racconti il tempo.

È sexy perché lo racconta.

Non è un curriculum da aggiornare continuamente.

Non è una candidatura.

Non è una prova da superare.

È il luogo in cui abbiamo vissuto tutto ciò che ci ha portati fin qui.

E forse è arrivato il momento di smettere di valutarlo.

E cominciare, finalmente, ad abitarlo.

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