Stanotte ho sognato di essere innamorato.
Niente di speciale, almeno a raccontarlo.
Nessuna dichiarazione. Nessun bacio da film. Nessuna scena da svegliarsi e pensare: complimenti al reparto sceneggiatura.
Eravamo a casa.
Lui era in accappatoio. Io dovevo uscire a fare delle commissioni.
Prima che andassi mi ha dato le chiavi della sua moto.
Tutto qui.
Ed è proprio questo che mi ha fregato.
La normalità.
Quel gesto semplice. Le chiavi passate da una mano all’altra. Nessuna domanda, nessuna spiegazione.
Nel sogno ero felice.
Non felice da film. Felice normale.
Che forse è anche meglio.
Poi mi sono svegliato.
Per qualche secondo quella sensazione è rimasta lì. Poi è arrivato il vuoto.
All’inizio ho pensato che mi mancasse lui.
Poi ho capito che non era proprio così.
Quando speriamo, i dettagli diventano enormi
Quell’uomo è esistito davvero.
Anche la vicinanza è esistita. La fiducia pure.
Ma non necessariamente la storia che io, dentro di me, avevo cominciato a costruire.
Oggi riesco a dirlo senza bisogno di accusare nessuno.
Non c’erano promesse.
C’erano gesti che per me significavano molto.
Forse per lui significavano altro.
Un gesto può essere intimo senza essere una promessa.
Qualcuno può cercarci, desiderarci, dormire accanto a noi, fidarsi di noi.
E non amarci come vorremmo.
È una frase semplice. Quando ci sei dentro, però, semplice non lo è per niente.
Io poi sono sempre stato uno che nota i dettagli.
Come torna. Quanto resta. Come ti guarda. Come dorme accanto a te.
Il problema è che quando ci piace qualcuno diventiamo bravissimi a montare il film.
Cinque fatti veri, messi nell’ordine giusto, possono sembrare una storia d’amore.
Non perché siamo stupidi. Perché speriamo.
Il mio modo di non farmi rifiutare
Quando capivo che stavo provando troppo, non lo dicevo.
Facevo una cosa molto più semplice e molto più complicata: creavo confusione.
Mi avvicinavo, poi mi allontanavo.
Dicevo una cosa e ne facevo capire un’altra.
Poi sparivo.
In pratica cercavo di fare in modo che fosse lui ad andarsene.
Così non avrei dovuto dire la frase che mi faceva paura:
io ti voglio più di quanto tu voglia me.
Non era una grande strategia.
Ma quando abbiamo paura, raramente siamo brillanti.
A volte allontaniamo qualcuno non perché vogliamo perderlo.
Lo facciamo perché non sopportiamo l’idea di chiedergli di restare.
La fotografia
Ho ancora una fotografia di lui che dorme accanto a me.
Ricordo che lo guardavo per vedere se stava bene.
È un dettaglio piccolo.
Per me, però, dice parecchio.
Per anni avrei potuto guardare quella foto chiedendomi cosa significasse quella notte per lui.
Oggi mi interessa di più quello che dice di me.
Dice che ero capace di prendermi cura.
Che ero tenero.
Che lasciavo entrare qualcuno molto più di quanto facessi vedere.
E sì, ero coinvolto.
Probabilmente più di quanto volessi ammettere.
Ogni tanto vorrei appoggiarmi anch’io
Per molto tempo mi sono abituato a reggermi da solo.
E so farlo.
Ma sapere stare in piedi non significa voler stare sempre in piedi senza appoggiarsi mai.
Non parlo di essere salvato.
Non parlo di qualcuno che sistemi la mia vita.
Parlo di una cosa molto più piccola.
Un abbraccio.
La sensazione che, per cinque minuti, non debba essere io quello che controlla se va tutto bene.
Ogni tanto vorrei essere quello che può chiudere gli occhi.
Forse è anche per questo che quella fotografia mi colpisce ancora.
Io ero sveglio.
Lui dormiva.
Io mi assicuravo che potesse riposare.
E una parte di me, forse, avrebbe voluto sapere come ci si sente dall’altra parte.
Proteggersi, sì. Sparire, magari no.
Se oggi potessi parlare all’uomo che ero allora, non gli direi: dichiarati.
Non gli direi neanche: buttati.
Gli direi una cosa meno cinematografica.
Proteggiti.
Perché non tutti i sentimenti devono diventare storie.
Possiamo voler bene a qualcuno e capire che quella persona non è un posto dove possiamo restare.
Ma aggiungerei subito una seconda frase.
Proteggiti, ma non così bene da non sentire più niente.
Perché a furia di evitare il dolore possiamo diventare bravissimi a evitare anche il resto.
Ed è un prezzo piuttosto alto.
Quello che il sogno ha lasciato
Nel sogno non stavo analizzando niente.
Non cercavo segnali.
Non mi chiedevo che posto avessi nella sua vita.
Non preparavo la fuga.
Lui era in accappatoio.
Io dovevo fare delle commissioni.
Mi aveva dato le chiavi della moto.
Ed ero innamorato.
Fa quasi ridere.
Passiamo anni a immaginare grandi prove d’amore e poi il cervello, di notte, costruisce la felicità con un accappatoio e un mazzo di chiavi.
Forse sa qualcosa.
Al risveglio lui non c’era più.
Ma una cosa era rimasta.
La parte di me che sa ancora amare.
Forse il sogno serviva solo a ricordarmi questo.
Continue the Thought
Quanto bene ti sei protetto — e quanto di quella protezione ti impedisce ancora di abbassare la guardia?
